I miei giocatori: Riccardo Pittis.

Riccardo Pittis ha giocato un anno ‘vero’ con me nell’Olimpia, il mio ultimo anno, 1986-87. Certo, ‘Ricky’ ha fatto presenze in panchina nei due anni precedenti, anche qualche minuto in campo. Ma è stato uno dei 10, fisso, quell’ultimo anno, quello del Grand Slam. Classe 1968, nato a Milano, lo danno come 201 cm, ma è forse 203 o 205, con un’apertura di braccia anche vicina ai 210 cm. E’ cresciuto nel nostro vivaio, migliorando ogni anno. Nel 1986, mandiamo Andrea Blasi in prestito e si apre un posto in prima squadra. Ci va Riccardo Pittis, a soli 17 anni di età, essendo nato il 18 Dicembre 1968. Ma è pronto, senza ombra di dubbio.


Poi, essendo un ragazzo milanese, sa la storia dell’Olimpia.

Gli dico, “Riccardo, ti diamo numero 7. Sai chi ha portato il 7 per questa squadra?”

Riccardo, senza perdere un secondo, “Sì, Coach, Il Professore.”

Cioè, Gianfranco Pieri, una leggenda, con 8 scudetti vinti e il primo playmaker alto, 190 cm, nella storia del Basket Italiano.

Ricky lavora e migliora, ogni giorno. Arriva al punto che mi costringe a una decisione tecnica difficile: promuovere lui, 18 anni appena fatti, davanti a Franco Boselli, 28 anni, il mio ‘Barone.’ Non voglio fare male a Franco, ma una squadra è una meritocrazia e Riccardo merita la promozione come primo cambio per Premier.


Ovvio, dopo l’anno con me, Ricky ha fatto una carriera strepitosa. Ma, in questa serie, parlo di ciò che è successo con me. E, per la verità, dopo la mia decisione, non è che Riccardo abbia fatto cose eccezionali. Diciamo un rendimento senza lode e senza infamia. Ma mi sono detto, “Peterson, pazienza! Prima o poi, ‘sentirai’ qualcosa importante da lui.” E’ successo tutto l’ultimissima gara della stagione, a Milano, al PalaTrussardi, in Gara-3 contro la Juve Caserta, finale scudetto. Era il primo anno che la finale era 3-su-5 e noi eravamo 2-0. Ma, fine anno, squadra non giovane, grande stanchezza, dovevamo chiudere tutto con Gara-3.


La Juve non era d’accordo. La squadra di coach Franco Marcelletti ci mette sotto di brutto: -19. Cioè, 28-47 dopo solo 15’45” di gioco. Loro sembrano i Boston Celtics e noi sembriamo fuori per KO. In quel momento, o lucido o pazzo, metto dentro Riccardo. Lui rovescia la partita da solo: intercetta un passaggio e schiaccia; recupera un pallone e segna da tre; recupera un altro pallone e schiaccia; intercetta il passaggio di rimessa dopo quella schiacciata quando mancano 2” all’intervallo, si gira e spara un tiro in sospensione da tre e segna! 10 punti in un niente. E andiamo all’intervallo -5 e non -19. Poi, vinciamo, 84-82: partita, serie, scudetto.


E’ stata una cosa allucinante. Quando finisce il primo tempo, Riccardo viene verso la panchina per prendere la tuta. Prima di quel momento, è stato sempre Ricky a ‘dare cinque’ a Dino Meneghin. Questa volta, il mitico Dino va verso Riccardo a gli dà un ‘high five.’ La fotografia di quel momento è stampata nella mia memoria. Bellissima. Poi, in quel momento, Ricky è diventato non solo un grandissimo giocatore ma pure un campione. Solo un campione può tirare fuori una prestazione così nel momento più difficile. Ogni volta che vedo Ricky, gli dico, “Pittis! Grazie per lo Scudetto del 1987!” E lo ringrazio, ancora!



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