Richard Street, il boscaiolo.

Negli anni ’40, Evanston aveva solo 35.000 abitanti. Oggi sono oltre 70.000, il doppio. Quindi, quando avevo 10 anni, nel 1946, c’erano molti lotti vuoti nella città, specie nel nostro quartiere. Uno di questi era all’angolo tra Ridge Avenue e Mulford Street, 30 metri da casa mia. Era il nostro campo di baseball. Oggi c’è un palazzo lì, un condominio. Nella foto scattata da mio fratello Jimmy sono io, proprio su quel campo. No, non è nitida ma da l’idea di quanto non era perfetto il nostro campo. Non era livellato il terreno. Dovevamo noi tagliare l’erba una volta alla settimana. Poi, da dove mio fratello ha scattato la foto, c’era un albero altissimo.


E quell'albero, un olmo, ci dava parecchio fastidio. Una palla battuta, una volta su tre, colpiva un ramo o un gruppo di foglie dell’albero. E noi dovevamo rifare il gioco. Quindi, non potevamo mai fare una partita ‘normale.’

Poi, avevamo le grandi partite: me, Jimmy, Bobby Evans, Sheldon Moore, Bobby McNally, Alton Etheridge, David Harms, Jerry Schutz, anche la sorella di David, Clarabelle Harms, un’ atleta incredibile. E poi c’era Richard Street, un ottimo giocatore. Strano perché Richard lanciava con la mano sinistra ma batteva come destro. E’ la combinazione meno comune nel baseball. Ma, in tutto, Richard era fuori dal ‘comune.’


Un giorno, Richard ci dice: “Dobbiamo abbattere quell’albero!”

Cerchiamo di ragionare con lui: “Ma, Richard, non siamo proprietari di questo campo.”

Lui, “E dove sono i proprietari?” Non lo sapeva nessuno. Non sapevamo neanche chi fossero.

Richard poi dice, “Ci vuole un’ascia.” Come se fosse un grande taglialegna, un boscaiolo.

Noi gli rispondiamo, “Nessuno ha un’ascia.”

Ma Richard non demorde: “Danny, tu hai un’accetta dei Boy Scouts, no?”

Io rispondo, “Sì, ma non è grande come un’ascia a doppio taglio.”

E Richard: “Non importa! Vai a prenderla.”

Vado a casa, appena oltre le scale che si vedono nella foto. E torno con l’accetta.


Abbiamo cominciato, lavorando a turni, a far cadere l’albero. Non eravamo un granché di bravura. Giorno dopo giorno, colpo dopo colpo, con progressi minimi. Un lavoro notevole, ma nessuno aveva più di cinque minuti di forza, e così non c’erano nemmeno grandi soddisfazioni: l’albero era ancora lì, le fronde pure.

Ma, fra una partita e l’altra, Richard era il ‘boss’ del nostro gruppo di mini-taglialegna. Abbiamo lavorato durante l’intera estate del 1945, e pure nel 1946.

Un problema: non avevamo idea di che direzione avrebbe preso l’albero cadendo! Ma andavamo avanti.

Un giorno, forse in Agosto del 1946, è Richard a dare colpi con l’accetta.


Noi eravamo all’ombra, bevendo tè ghiacciato dal Thermos che avevamo sempre con noi.

D’improvviso, Richard caccia un urlo dalla giungla: “LEGNAAAAAAAAA!!!”

Sentiamo il rumore del crack. Saltiamo come dei grilli. L’albero cade … verso le scale nella foto, verso quella casa! Per non più di 30 centimetri, non colpisce niente. Abbiamo avuto una fortuna incredibile.

Richard? Sempre lui: “Ragazzi, buon lavoro!”

Solo lui avrebbe potuto ricordare di lanciare l’urlo, in inglese, “Timber!

Per lui, tutto era normale. Per me, no. Tremo, ancora, a pensare al disastro che abbiamo evitato per una spanna.

Ma Richard era baciato dalla fortuna.



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